Vini dei Nebrodi: storia, terroir, vitigni e futuro di una Viticoltura Millenaria

Parlare di vini dei Nebrodi significa entrare in una Sicilia meno “scontata”: non solo mare e pianure assolate, ma anche dorsali montuose, boschi, sorgenti, escursioni termiche e una viticoltura spesso frammentata in piccoli appezzamenti. In questo contesto, la viticoltura sui Nebrodi ha radici antiche e oggi vive una fase di ricostruzione identitaria, con un interesse crescente verso vitigni locali e una narrazione territoriale più consapevole. In questo articolo approfondiremo le origini storiche, le caratteristiche ambientali, i vitigni autoctoni, le peculiarità organolettiche dei vini e le prospettive future legate al progetto DOC Nebrodi.
Il Terroir dei Nebrodi: Suoli, Clima e Condizioni Ambientali
Il territorio nebroideo coincide con una delle principali catene montuose della Sicilia settentrionale e comprende la più grande area protetta regionale dell’isola: il Parco dei Nebrodi, istituito nel 1993, esteso per oltre 86.000 ettari.
Dal punto di vista vitivinicolo, la prima parola chiave è altitudine. La cima più alta dell’area, Monte Soro, raggiunge 1.847 m s.l.m. In viticoltura, l’altitudine (e la conseguente diminuzione delle temperature, soprattutto notturne) è spesso associata a maturazioni più lente, migliore conservazione dell’acidità e profili aromatici più “tesi” e freschi
La seconda parola chiave è pioggia. Nelle descrizioni tecniche che inquadrano l’ambiente delle catene montuose dei Nebrodi, si indicano valori di piovosità media annua che possono arrivare a circa 1.000 mm e oltre. In termini pratici, questa disponibilità idrica differenzia i Nebrodi da molte altre aree siciliane più aride e influisce sulle scelte agronomiche e sulla gestione del vigneto.
La terza parola chiave è geologia (e, quindi, suolo). L’area presenta una notevole geodiversità: nella parte occidentale prevalgono affioramenti di arenarie e argille, mentre nella zona centro-orientale compaiono anche arenarie.
Origini della Viticoltura sui Nebrodi: dalla Grecia all’Età Moderna
La viticoltura in Sicilia è ampiamente attestata come antica: la documentazione tecnica che ricostruisce la storia enologica dell’isola richiama reperti archeologici (contenitori vinari, monete con figurazioni dionisiache e altri indizi materiali) e fonti letterarie greco-latine che rimandano ai vini siciliani. Nello stesso quadro si ricorda come durante la colonizzazione greca (VIII–III sec. a.C.) si sviluppi una forte vitalità del vigneto, con evoluzioni di vitigni e pratiche agricole a supporto di una produzione vinaria strutturata.
Per l’area nord-orientale, fonti storiche e ricostruzioni istituzionali riportano che un vino legato ad Haluntium (oggi identificabile con l’area di San Marco d’Alunzio) fosse apprezzato in ambito romano: un indizio della qualità raggiunta da alcune produzioni locali già in età antica.
Tra le testimonianze più affascinanti della viticoltura sui Nebrodi rientrano i palmenti rupestri: impianti con vasche scavate nella roccia per la pigiatura e la gestione del mosto. La loro presenza è un indicatore forte di paesaggi produttivi legati alla vite e di pratiche vinicole antiche. In studi comparativi su palmenti dell’area siciliana e mediterranea, la presenza di una pressa manuale a leva è stata collegata a modelli molto antichi, già noti dall’età del Bronzo. Un esempio concreto e visitabile viene documentato a Tripi, dove è stato ritrovato un palmento restaurato secondo dettami costruttivi di età romana, con torchio a leva e fulcro oscillante.
Nel raccontare le origini della viticoltura sui Nebrodi vale la pena guardare anche alla fascia costiera che vive “ai piedi” del Parco. In questo quadro, Capo d’Orlando — paese costiero affacciato sul Tirreno e naturalmente connesso all’entroterra nebroideo — assume un ruolo interessante come luogo di passaggio e di stratificazione culturale. L’area corrisponde all’antica Agatirno (Agathyrnon), città fondata, secondo la tradizione, intorno al XII secolo a.C. In contrada Scafa, toponimo che richiama il termine greco skaphé (vasca), sono presenti altri palmenti rupestri costituiti da coppie di vasche scavate nella roccia, destinate alla pigiatura dell’uva e alla raccolta del mosto. La stessa denominazione del luogo conserva quindi memoria della funzione produttiva.
Nelle Dionisiache, poema epico dedicato a Dionisio, si legge: “Bacchus in saxo duro cava recessus acuto ferro sculpsit et pressit uvas; in petra viva lenonem formavit mustumque in gemina fovea recepit.” ovvero “Bacco scavò nella dura roccia i recessi con ferro acuminato e vi pigiò le uve; nella pietra viva modellò il tino e raccolse il mosto in una duplice cavità.” Il passo, pur nella sua dimensione poetica, richiama in modo suggestivo la pratica dei palmenti rupestri, dove la roccia stessa diventa strumento di vinificazione. Nello stesso poema si narra inoltre che Dionisio nacque in Sicilia, in una grotta “coronata da una volta di pietra”, in questo contesto assume particolare rilievo la Rocca della Sciamma, toponimo che significa “rocca della grotta” (dal greco skámma) situata sulle pendici a sud dell’abitato di Capo d’Orlando. Si tratta di una cavità scavata nella roccia che conserva al suo interno due tini ricavati direttamente nella pietra, sotto la volta naturale che corona la grotta: uno destinato alla pigiatura dell’uva e l’altro alla fermentazione del mosto.
Accanto all’archeologia produttiva emerge anche un livello simbolico. Diverse città dell’area nebroidea hanno restituito monete con raffigurazioni di Dionisio/Bacco o di figure del suo corteo, segno di un radicamento culturale del culto del dio del vino. Anche il nome “Nebrodi” è stato interpretato in relazione all’epiteto Nebródes, attribuito a Dionisio e collegato al nebrós, il cerbiatto, animale sacrificale nei riti dionisiaci. I Nebrodi diventano non semplicemente “monti dei cerbiatti”, ma “monti di Bacco”, territorio in cui il culto del vino avrebbe avuto una centralità particolare.
Un altro tema ricorrente, anche nelle narrazioni locali, riguarda l’uso di contenitori in terracotta. Nei pressi dei palmenti rupestri sono state ritrovate anfore per il trasporto commerciale del vino e dolia per la fermentazione e la conservazione. La tradizione tecnico-archeologica richiama spesso grandi contenitori in terracotta, talvolta parzialmente interrati, anche per stabilizzare la temperatura durante la fermentazione, fase delicata della vinificazione.
Uve dei Nebrodi: le varietà più coltivate
Quando si parla di uve dei Nebrodi, due nomi ricorrono con particolare forza nella costruzione dell’identità vinicola del Messinese e dell’area nebroidea: Nocera per i rossi e Catarratto per i bianchi.
Il Nocera è un vitigno a bacca nera tradizionalmente legato alla Sicilia nord-orientale. La documentazione ricostruisce una presenza storica importante nel Messinese e, in particolare, nella piana di Milazzo, dove fonti tra Ottocento e inizio Novecento lo riportano come vitigno dominante prima di una progressiva contrazione. Oggi la sua presenza è molto limitata, ma questa scarsità è anche parte del suo valore: in un panorama viticolo dominato da varietà estese su migliaia di ettari, il Nocera conserva una dimensione quasi artigianale e territoriale. Dal punto di vista agronomico ed enologico, il Nocera richiede condizioni che consentano una maturazione completa ma non eccessiva, con equilibrio tra zuccheri e acidità. I Nebrodi, grazie alle quote collinari e montane e alle temperature meno estreme rispetto ad altre aree siciliane, favoriscono maturazioni più lente e progressive. Le notti più fresche contribuiscono alla conservazione dell’acidità e alla definizione del profilo aromatico, evitando eccessi di maturazione che potrebbero appesantire il vino. In questo contesto, il Nocera può esprimere vini dal colore intenso ma non eccessivamente concentrato, con profumi delicati e persistenti e una componente di freschezza e sapidità ben percepibile. L’equilibrio tra struttura e tensione acida diventa la cifra stilistica più interessante.
Il Catarratto è uno dei vitigni bianchi più importanti della Sicilia e rappresenta una colonna portante della viticoltura regionale. Tuttavia, nei Nebrodi assume una chiave interpretativa diversa rispetto alle zone più calde e pianeggianti dell’isola. Se in altri contesti può generare vini più morbidi e maturi, qui l’altitudine e le escursioni termiche contribuiscono a preservare acidità e tensione gustativa. La buona disponibilità idrica dell’area nebroidea, unita alla variabilità dei suoli, consente una gestione della maturazione più regolare, limitando gli stress idrici estremi. Il risultato, nelle migliori interpretazioni, è un Catarratto dal colore brillante, con profumi di frutta bianca e agrumi accompagnati talvolta da leggere sfumature floreali o erbacee. Al palato, l’acidità risulta più viva e la sapidità più evidente rispetto a molte versioni di pianura, offrendo una maggiore verticalità gustativa. La versatilità del vitigno consente inoltre di lavorare su diversi stili, dalla vinificazione più fresca e immediata a versioni con maggiore complessità, soprattutto quando si valorizzano vigne vecchie o parcelle situate in quote più elevate.
Progetto DOC Nebrodi e prospettive future
Nel 2025 il percorso di rilancio dei vini dei Nebrodi ha trovato una cornice concreta con la presentazione del progetto DOC Nebrodi al Vinitaly di Verona. Non si tratta soltanto di una tappa promozionale, ma dell’avvio di un processo volto a dare forma giuridica e identitaria a un territorio viticolo che per secoli ha prodotto vino senza disporre di una denominazione propria. L’iniziativa è promossa dall’Associazione Cantine dei Nebrodi, presieduta da Nino Lenzo (fondatore della Lenzo Winery), che riunisce diverse realtà produttive dell’area con l’intento di costruire un percorso condiviso. L’obiettivo è ottenere il riconoscimento di una Denominazione di Origine Controllata capace di definire in modo chiaro l’area geografica di riferimento, i vitigni ammessi, le rese produttive e le modalità di vinificazione più coerenti con la vocazione del territorio nebroideo. L’idea alla base della futura DOC è quella di rafforzare il legame tra ambiente, storia e produzione contemporanea. I Nebrodi non sono soltanto un’area agricola, ma un paesaggio culturale che conserva tracce tangibili della propria tradizione vinicola. Allo stesso tempo, il progetto guarda avanti. In un mercato sempre più attento all’origine e alla sostenibilità, una DOC dedicata potrebbe offrire maggiore riconoscibilità ai vini Nebrodi, stimolare investimenti e favorire il recupero di superfici vitate oggi marginali o abbandonate. La denominazione diventerebbe così uno strumento di tutela ma anche di sviluppo, capace di consolidare un’identità territoriale fino ad ora rimasta in parte dispersa.